Siena non ha un grande fiume. Non ha laghi, non ha sorgenti comode, non ha niente di quello che di solito garantisce la sopravvivenza a una città. Eppure Siena ha risolto il problema con un'eleganza e un'audacia che ancora oggi lasciano senza parole: ha scavato sotto il suolo una rete di gallerie drenanti lunga circa 25 chilometri, i celebri bottini, che raccolgono per infiltrazione l'acqua dai terreni circostanti e la conducono fino alle fonti urbane.
Non era ingegneria. Era poesia sotterranea. E il risultato di tutto questo sono le fonti: architetture d'acqua bellissime e funzionali insieme, spesso con tre vasche distinte, una per l'acqua potabile, una per abbeverare gli animali, una per lavare i panni che strutturavano la vita quotidiana di interi quartieri. Alcune erano coperte e presidiate come fortezze, perché in caso di assedio l'acqua valeva quanto il pane. Alcune si trovavano fuori dalle mura e vennero inglobate nella città man mano che questa cresceva. Tutte, nessuna esclusa, raccontano una civiltà che aveva capito quanto l'acqua sia vita, e l'aveva trasformata in bellezza.










