Vinsanto: il vino che nasce dall'attesa e porta con sé una leggenda

 Grappoli appesi, botti sigillate e anni di attesa. Il Vinsanto è uno dei prodotti enogastronomici da non perdere tra le colline di Siena. Scopri perché.

Prima di aprire la bottiglia, c'è una storia lunga anni

Nelle soffitte delle case senesi, dove il caldo dell'estate e il freddo dell'inverno si alternano senza tregua, riposano le caratelle: piccole botti di essenze diverse, sigillate, silenziose. Dentro, il tempo sta lavorando. Il Vinsanto non ha fretta. Nasce dalla selezione dei migliori grappoli di Trebbiano toscano, Malvasia e Sangiovese, lasciati essiccare lentamente su graticci di legno o appesi a ganci, finché l'uva non ha concentrato tutto quello che aveva. Poi vengono pigiate, il mosto entra nelle caratelle dove c'era appena stato il Vinsanto dell'anno precedente, e da lì non si muove niente per almeno tre anni. Alcuni produttori aspettano anche dieci. Perché il Vinsanto è questo: tempo, cura, pazienza. E alla fine, un vino dolce e ambrato che vale ogni giorno di attesa.

Un nome che nessuno sa da dove viene davvero

Il cardinale, il vino greco e un malinteso fortunato

Il nome Vinsanto ha più storie alle spalle di quante se ne possano raccontare in una sera. La più affascinante coinvolge il cardinale Giovanni Bessarione, che durante una degustazione avrebbe esclamato: "Questo è il vino di Xantos!", forse riferendosi a un passito greco di Santorini, chiamato Xantos nella sua lingua originale. I commensali, confondendo "Xantos" con "santos", credettero che il prelato avesse scoperto nel vino qualità addirittura sante. Da quel momento, il vin pretto diventò Vin Santo. Un malinteso che ha fatto la storia.

Le altre versioni: i santi, le stagioni e la Peste Nera

Ma le leggende non finiscono lì. C'è chi sostiene che Xanthos, in greco, significhi semplicemente giallo, e che il cardinale stesse solo commentando il colore del vino. C'è poi la versione che lega il nome al 1 novembre, giorno di Ognissanti, periodo tradizionale di appassimento dell'uva. E poi c'è la versione più senese di tutte: durante la Peste Nera del 1348, un frate francescano curava i malati con il vino da messa. Viste le sue proprietà quasi miracolose, cominciarono a chiamarlo Vin Santo. Quale versione sia quella vera, nessuno lo sa con certezza. Forse è questa la parte più bella.

Da vino dei ricchi a simbolo di convivialità

Già presente sulle tavole dei ricchi nei tempi antichi, dal XIX secolo il Vinsanto scende dalle dimore nobiliari e si diffonde anche nelle cucine dei ceti meno elevati, consumato nelle occasioni di festa o come benvenuto per amici e ospiti importanti. Un gesto di accoglienza trasformato in tradizione: si apre la bottiglia, si versano i bicchieri e si offrono i cantucci. Un abbinamento che a Siena non si discute.

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